SCOPRICI - ANTONELLO DA MESSINA - Due ritratti per Cefalù (8 giugno/26 novembre 2019)

 

 

 

Indagando l’Io

 

 

Non discuto il valore letterario, però questa storia del ritratto di Antonello

che rappresenta un marinaio deve finire!(Roberto Longhi a Vincenzo

Consolo, Milano 1969)

 

 

Non eccedere, ridurre al minimo il decoro delle vesti, concentrare massimamente l’attenzione nello sguardo e nell’espressione. Lavorare sull’ambiguità di un sorriso lievemente ironico. Sono le caratteristiche e novità della ritrattistica di Antonello da Messina, capace di costruire una sintesi psicologica, di restituire caratteri e personalità di uomini che divengono effigi indimenticabili.

Questo cogliere l’intima essenza della persona, che farà del siciliano uno dei più grandi ritrattisti di ogni tempo, si rivela fin dal suo primo Ritratto d’uomo, ora a Pavia, orgogliosamente firmato sul basso parapetto a rivendicare il precoce capolavoro. Poiché nella tavola Malaspina troviamo i dati essenziali del suo operare. Qui l’effigiato, con scatto repentino del capo e lo sguardo in tralice,sembra quasi spiare lo spazio dell’osservatore. La luce proveniente da sinistra, così da non essere tangenziale ma frontale rispetto al busto, garantisce il contrasto sufficiente per staccare con lieve ombreggiatura il profilo del naso, dando un adeguato rilievo alla guancia sinistra, al collo e ai particolari del viso. Il prognatismo con il mento accentuato, le labbra sottili, gli occhi relativamente piccoli, identificano senza indugi i dati fisiognomici del personaggio, soddisfacendo la richiesta del committente di avere un ritratto personale, che fosse di memoria propria e familiare. Un fatto, per il tempo, nuovissimo. Poiché il senso del ritratto era allora nel definire uno status sociale, non cogliere l’essenza di un uomo. Non intuire quel carattere – allegro – voluttuoso” da Giovan Battista Cavalcaselle attribuito alla sola opera di Antonello da lui ammirata nella Sicilia occidentale, come scriverà in una lettera del 1860 al barone Enrico Pirajno di Mandralisca. Il celeberrimo Ignoto che la tradizione dava proveniente da Lipari e appartenente alla locale famiglia Parisi, presso cui era stato lo sportello di un mobiletto da farmacia. Gli studi recenti dei Varzi e Dell’Aira ipotizzando ora, in un ragionamento il cui avvio è nel sigillo posto sul retro della tavola, essa fosse proprietà da metà Settecento dell’arcidiacono Giuseppe Pirajno, antenato del barone Enrico, e riprenda le fattezze di Francesco Vitale da Noja,vescovo di Cefalù tra il 1484 e il 1492.

Se del personaggio Vincenzo Consolo fissava l’identità romanzesca “di uno che molto sa e molto ha visto, sa del presente e intuisce il futuro; di uno che si difende dal dolore della conoscenza e da un moto continuo di pietà”, da ogni studioso è sottolineata la “sicilianità” del personaggio, declinando le variabili del “misterioso sorriso” che sembra imparentarlo direttamente ad un kouros ancestrale. Leonardo Sciascia lasciando nel 1967 un giudizio finale: “Il gioco delle somiglianze è in Sicilia uno scandaglio delicato e sensibilissimo, uno strumento di conoscenza… A chi somiglia l’ignoto del Museo Mandralisca? Al mafioso della campagna e a quello dei quartieri alti, al deputato che siede sui banchi della destra e a quello che siede sui banchi della sinistra, al contadino e al principe del foro; somiglia a chi scrive questa nota (ci è stato detto); e certamente assomiglia ad Antonello. E provatevi a stabilire la condizione sociale e la particolare umanità del personaggio. Impossibile. È un nobile o un plebeo? Un notaro o un contadino? Un pittore un poeta un sicario? Somiglia, ecco tutto”.

Di certo l’effigiato si compiacque per la scelta del pittore, che era riuscito nella difficilissima arte di rendere insieme ironia al limite del beffardo, sguardo fra il sardonico e il derisorio, ma anche pregevolissimo realismo di fisionomia e di costume.

 

E tutto questo trent’anni prima, almeno, dell’altro iconico sorriso cui infiniti commentatori l’accostano: quello, ovviamente, della Gioconda di Leonardo.


Giovanni C.F. Villa

 


 

 


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